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“Vini Naturali” 5 e 6 febbraio a Roma – da Cinzia Piatti

13 febbraio 2011

Vini Naturali a Roma, 5 e 6 Febbraio 2011

 

Mi piacciono i romani, ci ho messo un po’ a capirli all’inizio per poi giurargli amore eterno. Li vedo sornioni, placidi, osservatori. Quando nasci in una delle città più note della terra, con tutta quella bellezza e la storia che trasuda non solo dai monumenti ma dagli stessi muri di buona parte della città, ti entra dentro un senso di grandezza ma anche di quotidianità che non puoi scindere. Ci vuole pazienza a dover condividere questo spazio con due coinquilini abbastanza invadenti, lo Stato Italiano e il Vaticano, che hanno la proprietà dei più bei palazzi e dei borghi più caratteristici della capitale. E sicuramente Roma non sarebbe quello che è oggi senza tutte le auto blu e le tonache nere che affollano la città, e i turisti, che cercano di portare via un pezzo di quella bellezza che i romani conoscono intimamente. Amano la cucina, i romani, come parte viscerale della loro identità; e i loro vini, e fare due passi dopo pranzo, non è bella vita ma solo una gloriosa abitudine. Non mi sono quindi stupita quando Tiziana Gallo, che ho conosciuto all’epoca di Porthos, ha iniziato ad organizzare questi banchi di assaggio per i produttori dei vini naturali che distribuisce a Roma: i romani sono imprenditori, e anche una piccola idea diventa vincente se le persone di cui ti sei circondata ti sorreggono.

Per comprendere i vini naturali non si può fare a meno di riconsiderare la natura del vino: cioè di un prodotto che non è nato come prodotto di lusso, ovviamente. Migliaia di anni fa, i primi risultati casuali dovevano essere imbevibili, si sa; però con il passare del tempo e con la pazzia di coloro ai quali piaceva bere una bevanda decisamente più euforica dell’acqua, il vino ha cominciato a migliorare e diventare più comune e anche più sicuro dell’acqua, da un punto di vista igienico. Ed è diventato normale considerarlo un prodotto comune, che certo non veniva materialmente creato dalla nobiltà.

Parlo con Tiziana che guida mentre raggiungiamo gli altri per cena, in un posticino a Monteverde la sera prima della manifestazione; mi parla di alcuni dei produttori, mi racconta del rapporto che si è instaurato nel tempo, del fatto di rappresentarli su una piazza importante come Roma, del piacere di avere piccole chicche nel suo catalogo. Mi parla di tanti dei vignaioli presenti il giorno dopo, mi racconta di due produttrici toscane e le definisce molto affettuose. Mi sono chiesta quale distributore definisca così i suoi rappresentati; Tiziana è una donna in gamba, aperta ed estroversa ma certo non sentimentale. Dunque? Che i bravi professionisti instaurino rapporti franchi e cordiali con i loro fornitori è sensato e spesso la chiave del successo; invece è meno frequente un giudizio così personale, che rientra nella sfera intima di persone -i produttori- che evidentemente si lasciano conoscere, che lasciano la porta aperta  pur seguendo la loro strada.

Comincio a chiedermi se sia intrinseco per questo tipo di vino e di commercio. Ho sempre odiato l’idea che mi vendessero uno stile di vita insieme al prodotto, è una costante del marketing che non mi piace e che eliminerei come la pubblicità. Io stessa parlando ai miei clienti parlo di quello che vendo e che so, dei miei assaggi, delle caratteristiche positive, dell’idea dietro, ma mi fermo a questo: una volta che io ho capito cosa stai cercando e ti indirizzo in quella direzione, voglio credere che se una cosa è buona te ne accorgerai da solo, non serve la confezione, non ti vendo un pacchetto. Parto sempre dal presupposto che se ce l’ho fatta io che non sono di certo un genio, ce la possono fare tutti.

Credo di non sbagliarmi nel dover inserire in questo contesto anche il diverso modo di intendere, oltre che di lavorare; considerare questi rapporti non può essere slegato dal resto altrimenti il rischio di perdere qualcosa di essenziale è forte.

Ho parlato spesso con i produttori di vino: diventa ovviamente più facile parlarci se li vedi davanti a te in carne ed ossa, se non vieni filtrato da qualcuno dell’ufficio commerciale. A questo tipo di degustazioni è possibile farlo, è possibile guardare le mani di questa gente e vedere che hanno un rapporto diretto con la terra, è più facile credere che conoscano ogni centimetro della loro proprietà. Preferisco parlare con questo tipo di produttori, che sono attaccati visceralmente ai loro vigneti. Questo non è un inno ai viticoltori, non diventano tutti improvvisamente bravi e simpatici per questo. Alcuni sono anche troppo radicali, altri lasciano trasparire un attaccamento al denaro francamente imbarazzante. Ma da tutti i presenti, anche quelli che ancora sono agli inizi, senti la volontà di voler fare un prodotto della terra, dove l’uomo interviene di più o di meno ma sempre con rispetto, senti  il loro bisogno di fare un prodotto il più sano possibile. C’è gente che ha un carattere burbero, sicuro! ma fa le cose come si deve; c’è chi non sa parlare e allora in maniera semplice ti dice solo quello che fa in vigna e lo sforzo di comprensione lo devi fare tu; c’è chi vuole sentire cosa fanno gli altri e scambia le bottiglie con viticoltori che abitano a mille km di distanza. C’è chi balbetta e c’è chi ti studia con attenzione. Ad un certo punto della degustazione mi dico semplicemente: perché no? Perché dovrebbe essere diverso da così? Questa atmosfera per la prima volta non mi disturba, e il vino viene fuori più serenamente.

 

La maggioranza di loro sono arrivati sabato mattina, ma i loro vini erano quasi tutti presenti da almeno una settimana, perché il vino in generale non ama i viaggi e gli stress, quello naturale in particolare è molto, molto sensibile. Cinque sale e molto spazio per muoversi, odio le degustazioni in posti sovraffollati rispetto alla capienza, in cui ad un certo punto è più facile distrarsi ed essere infastiditi da qualcosa che godere del vino. Sapevo che ci sarebbe stata una discreta affluenza, ma non mi aspettavo tutta questa gente: in fondo questa non è una degustazione organizzata da un  magazine del vino o da un superdistributore nazionale, è una piccola cosa di una donna in gamba e del suo gruppo di collaboratori, che distribuisce solo a Roma vini naturali. Cioè vini che ancora la critica guarda con sospetto.

 

Poiché abbiamo deciso di dedicare al capitolo “vini naturali” qualcosa in più di questo testo, tutti i chiarimenti e le considerazioni del caso arriveranno a breve, ed inizierei qui col dire che l’impressione generale è buona.

Ho provato moltissime cose dei produttori n.o.b. nel corso degli anni; ero entusiasta dell’idea che anche il mio amatissimo vino diventasse biologico o biodinamico come tanti altri prodotti che cercavo di consumare quando le tasche me lo permettevano. Invece mi sono scontrata con la realtà di un sacco di produttori che non avevano la minima idea di come fare un prodotto piacevole, pur avendo le migliori intenzioni. E di tanti altri che nemmeno avevano le idee chiare. Probabilmente né più né meno di quando ci propinavano vini gonfi di legno perché sulle riviste c’era scritto che la barrique era il nuovo paradiso – e garantiva la vendita. Ci è voluto tempo perché la maggioranza dei  produttori imparasse ad usarle ‘ste benedette botti, e allo stesso modo una buona parte di questi viticoltori che capiscono le “coordinate” naturali hanno finalmente affinato le tecniche e la conoscenza. Era ora.

Da persona con una limitata capacità di spesa, ho spesso rinunciato a comperare perché i prodotti non mi convincevano. Anche in questo caso, molti vini hanno subìto un effetto omologazione, ma di questo parleremo poi. Chiaramente ce n’erano molti che invece facevano un ottimo lavoro e che parlando con gli altri colleghi hanno consentito una diffusione della conoscenza pratica necessaria a capire la propria strada. Oggi i primi clamori si sono affievoliti ed entriamo in una fase più serena per loro ma in piena crescita per il mercato.

Ricapitolando: non male. Spariscono finalmente gli odori ossidativi che sembravano un “must” in buona parte dei vini assaggiati; meno vini del solito hanno impiegato tanto tempo a pulirsi dai sentori riduttivi, anche se come sempre parecchi hanno dato il meglio di sé il giorno dopo – qualcuno ha messo da parte le bottiglie aperte la sera prima ed ha invitato all’assaggio comparativo.

Il panorama si amplia ancora, quando trovo novità sono sempre molto contenta; preferisco assaggiare qualche new entry non ancora perfettamente padrone della materia che trovare vecchie e apprezzate conoscenze che si sono lasciate andare.

Tra le novità che ho risentito con piacere, il Grillo di Barraco, azienda siciliana di Contrada Fontanelle (Marsala, Trapani) la 2009 è giovane ma mi è piaciuta per la sua bevibilità. Ho passato molto tempo nelle isole Eolie ed ho assaggiato negli anni tutto quello che l’enologia siciliana aveva da proporre, così mi ero disappassionata al grillo, che trovavo sempre più alcolico e squilibrato. Nino Barraco invece ce lo restituisce più equilibrato e con una nota iodata che allunga il piacere del sorso, che rimane anche nella 2007 ma meno evidente. Fa anche un Catarratto convincente, secco quanto basta e didattico, e un Zibibbo secco che rimane freschissimo al naso.

Una seconda novità assoluta è stata per me Le Coste di Gradoli (VT). Gianmarco Antonuzi e Clémentine fanno questi vini che trovo bellissimi nella loro semplicità. Pensano e producono vini da bere tutti i giorni e che non richiedono di spaccarsi la testa per essere capiti. Questo non significa che siano fatti senza cura: Gianmarco ha esperienze lavorative dai migliori produttori naturali europei (Leon Barral e Philippe Pacalet per citarne due), ha dimestichezza con i vini conosciuti in tutto il mondo, vuole solo restituire quotidianità al vino. Mi ha colpito in particolare una versione secca dell’Aleatico, che normalmente invece acquistiamo dolce; al naso mantiene tutte le caratteristiche proprie dell’aleatico ma nella versione secca acquista punti per il corpo leggero e la bocca pulita che  lascia.

Ho finalmente provato tutti i vini di Guccione, un piccolo produttore di Monreale (PA): lo scorso Natale avevo aperto il Lolik, un trebbiano dorato e potente, che richiede cibi ricchi. L’assaggio del Veruzza 2009, sempre trebbiano, fatto con macerazione a contatto con le bucce per 30 giorni, ha una nota minerale che genericamente non associo ai trebbiani ma che si integra perfettamente con il resto. Bellissimo anche il vino prodotto con uva Perricone, si chiama Arturo di Lanzeria, ed è uno di quei vini che sa di frutti rossi e amarene ma che ha una beva leggerissima e fresca. Ci piace.

Conferme per Stella di Campalto, a Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). Un bel Brunello 2005 che parte di slancio e non vuole andarsene dalla bocca, battuto però nei miei ricordi dal Rosso di Montalcino 2008, così scorrevole in bocca e così già godibile da mettere nella lista “bere spesso”.

Conferme per Pretterebner, produttore austriaco poco distante dal confine ungherese. Ho assaggiato i vini di Rolf per la prima volta nel 2004 a Roma e ne rimasi stupita, ancora non conoscevo i vini austriaci e così si sono impressi nella memoria. Ho faticato a trovarli al Nord Italia ma li ho bevuti spesso a Londra, dove viaggiavano tra 15 e 20 sterline e mi riportavano bellissimi ricordi (il famoso potere evocativo del vino è anche questo). So che la gente rimane colpita dai vini di Pretterebner anche se non li trova tutti strepitosi, ma questo è normale considerato che tutti abbiamo gusti diversi – anzi, per fortuna! È impagabile vedere chi assaggia la Cuvée Blanc 2003 pensando di trovarsi uno chardonnay di quelli banali e decadente visto l’età, e invece scopre un vino quasi tannico per certi versi, amalgamato al Pinot Bianco, originale. Così anche per i rossi, anche perché Rolf si porta bottiglie datate fino al 1996, che mette in commercio a prezzi onestissimi. Un bellissimo articolo in merito si trova su Porthos n° 12.

Non parlerò di Beppe Rinaldi, di Emidio Pepe, di Giovanna Morganti, del giovane Cristian Garlider, di Eugenio Rosi, dei vini di Salvo Foti (che ha presentato alcune anteprime tra le aziende seguite in Sicilia), del Montepulciano Presidium di Ottaviano Pasquale o di Teobaldo Cappellano e di altri noti tra gli appassionati perché ci vorrebbero interi articoli solo per loro. Nessuna novità sul loro fronte, nel senso che mantengono alto il loro standard, che è essenzialmente quello che ci aspettiamo da loro nell’interpretare le annate.

Un produttore che invece non conoscevo, e devo subito correre ai ripari, è Teobaldo Rivella, in quel di Barbaresco, che produce un Dolcetto pieno e scorrevole ma soprattutto un Barbaresco Montestefano, di cui ho provato la 2007 e la 2006: il primo (radicioso, fiori secchi e olive nere) è più pronto del secondo, per il quale però i produttori vedono un futuro luminoso. Sappiamo che il Montestefano è un Barbaresco austero e complesso, i vini di Rivella non fanno eccezione e sono di una pulizia perfetta, fini e sufficientemente lunghi in bocca.

Era presente anche La Cave du Pyrene, che conosco bene perché a Londra trattano una grande quantità di vini naturali: hanno portato alcuni vini francesi come L’insolite di Thierry Allemand, un Saumur (Chenin Blanc, zona Loira) lungo e rotondo (certe versioni anche troppo rotonde), il Borgueil di Pierre Breton (sempre Loira, questa volta Cabernet Franc) o il Morgon (dal Beaujolais) di Jean Foillard, che personalmente insieme a quello di Marcelle LaPierre mi fece riconciliare con il Gamay instupidito dalle versioni “novello”.

Erano molti altri i produttori presenti, ma di questo e dei vini naturali in genere parleremo poi.

 

Cinzia Piatti

 

 

2 commenti leave one →
  1. 13 febbraio 2011 16:46

    Che bel post! Ma che bel post! Proprio ultimamente ho fatto un lunghissimo discorso sui solfiti, con il proprietario vinicultore di un agriturismo (molto agri e poco turismo in realtà) toscano dove ogni anno vado a trascorrere la prima settimana di agosto con la mia famiglia. Io, purtroppo, ho crisi d’asma ogni volta che bevo un bicchiere di vino. Anche quelli DOC, anche quelli che costano molto. Tranne il suo che è, a suo dire, “succo d’uva fermentato e basta”.
    Io sono assolutamente fuori da giri di enogastronomia, sono una comune cittadina milanese… non mi intendo di odori ossidativi, di botti, di legno ecc ecc… ma che buono il vino naturale che fa lui!

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